cinque generazioni

Ben cinque generazioni hanno vissuto ed amato pazzamente la “casa di Cursi”.  

Gli ambienti di cui parliamo, in origine, erano i magazzini dell’adiacente casa padronale di proprietà di Pasquale de Pietro, marito di Addolorata Pranzo, dalla cui unione sono nati 7 figli: due femmine e cinque maschi . 

Come sempre è avvenuto, e come avviene tutt’ora in molte famiglie, quando il primogenito convola a giuste nozze i genitori pensano che avrà bisogno di una casa e provvedono ad aiutarlo, sempre che ne abbiano le possibilità. Poi, per gli altri figli, si vedrà cosa sarà meglio fare.

E’ successo così anche al giovane Salvatore quando, tornato a Cursi dopo la laurea in agraria conseguita in Germania, si innamora e sposa Cristina Giannotti.

Papà Pasquale e mamma Addolorata pensano che la cosa migliore sia costruire per il loro primogenito la nuova casa negli ambienti destinati ai magazzini. Questi ultimi potevano essere trasferiti in altri spazi contigui alla casa. Ciò consentiva , tra l’altro, di tenere legato Salvatore alla proprietà e di capitalizzare al massimo gli studi e le competenze acquisite  ai fini della gestione e dello sviluppo dei beni agricoli della famiglia.

E così è stato: Salvatore e Cristina andranno a vivere  la casa  costruita per loro  e avranno ben 12 figli, 6 femmine e 6 maschi. Salvatore introdurrà metodi innovativi ed efficaci per migliorare lo stato delle campagne e per incrementare i raccolti. 

Come spesso accadeva all’epoca, non tutti i loro figli riescono a sopravvivere alla nascita. Neppure la vita di Salvatore durerà a lungo. Ma Cristina, una madre Courage dell’epoca, tra mille difficoltà riesce a portare avanti la casa, la famiglia e la proprietà , vedendosela da sola con i contadini, gli affittuari, i mezzadri, i coloni, e con le produzioni di olive, di grano, di uva e quant’altro

Forte e determinata, combatte, affronta la vita a testa alta, si difende da manovre insane all’interno della stessa famiglia,  fa studiare e laureare non solo i figli maschi ma anche la figlia femmina, mandandola niente meno che a studiare  nella più accreditata facoltà di lingue: Cà  Foscari a Venezia. Mettendo in conto la necessità per la ragazza di trasferte  in Inghilterra: siamo nel 1925 !

Gioie e dolori si alternano nelle mura della casa di Cursi. Cristina, infatti, sarà messa a dura prova sul piano degli affetti per la perdita di alcuni figli,  (vuoi per i mali incurabili dell’epoca, vuoi per le guerre),  per la scomparsa prematura del marito, per  la separazione dalla figlia  suora entrata in un ordine severissimo, per la lontananza dei figli andati  a vivere con le loro famiglie in altre città, per la lunga malattia della sua primogenita, (donna di eccezionali doti che dal suo letto di dolore dispensava a tutti coraggio, aiuto, consigli, serenità). 

Solo un figlio resterà nella casa paterna  per qualche anno, concedendo a Cristina la gioia di godersi e veder crescere il  nipotino (la terza generazione). 

Ma nelle feste comandate e nelle lunghe vacanze estive (allora la scuola chiudeva ai primi di giugno e riapriva nei primi giorni di ottobre), la casa di Cursi si ripopolava. Grazie alla forza di attrazione della casa e della sua proprietaria, arrivavano a scaglioni figli e nipoti di Cristina. Tutti felici di essere coccolati dalla mamma-nonna, ma soprattutto felici  di vivere quegli ambienti, di sentire quegli odori, di mangiare tutte le cose buone che le mani sapienti di Maria (una cuoca sopraffina che ha vissuto sessant’anni nella casa) preparavano nel corso della giornata, in un ciclo continuo. Le dimensioni della cucina ( grande come un salone per le feste) erano una conferma della centralità del ruolo di quell’ambiente e del buon mangiare.

Ad attendere figli e nipoti che venivano da lontano con treni e littorine erano sempre i due calessi mandati da nonna Cristina a Maglie. E questa era la prima emozione che si provava quando si scendeva dal treno. Poi , via verso Cursi. Un veloce saluto al menhir, sempre proteso verso il cielo e sempre un po’ inclinato e, finalmente, “ la casa”. 

 

Fresca, grande, accogliente, avvolgente, piena di anfratti, di scale, di effetti speciali, di sorprese, di oggetti antichi, di madie e di cassapanche con dentro abiti, cappelli d’epoca, pizzi e merletti, con centinaia di foto in cornici d’epoca. In alto i soffitti decorati, sotto una cantina ricca di suggestioni, che correndo lungo tutto la casa , ti porta giù, giù fino ad un frantoio!  Insomma, una casa magica.

 

Come poter dimenticare l’operosità nella casa di Cursi di Cristina e delle donne che l’aiutavano! Era un gran correre, salire e scendere le scale, ricevere i contadini che portavano ogni cosa , scendere in cantina, conservare le provviste, lavare i panni con la lisciva nelle vasche di pietra, accendere il fuoco, far da mangiare , portare l’acqua con le “menze” e con le brocche dal pozzo con l’acqua piovana alle camere da letto e ai bagni, stirare con la cenere, sistemare il ghiaccio, travasare dalle loro “fischieddre” le ricotte calde, pulire montagne di fichi d’india dai colori inconfondibili  (rosso sangue, viola intenso e giallo deciso).  

E tutto accadeva nella cucina: il grande crocevia della casa dove confluivano: il piano “nobile” (salotti decorati, camera di pranzo con un tavolo rotondo per 24 commensali, studio, camera da letto di Cristina e Salvatore con pareti dipinte ad olio), il piano alto (la zona notte, un tempo assai più grande e profonda), la parte bassa ( tutti i servizi,le  madie, le dispense e i “palmenti”), la cantina con il suo frantoio e, infine, l’ingresso di servizio alla casa (un gran via vai di contadini e di aiutanti).

Come in una pochade di Feydau, in questo fantastico e immenso snodo della casa, si assisteva a porte che si aprivano, porte che si chiudevano, gente che appariva e poi scompariva. A dominare il tutto un grande fuoco con caldaie in permanente attività e cibarie succulente in continua preparazione e cottura.

Sempre nella cucina della casa di Cursi si consumavano i grandi riti: setacciare la farina, pulire i legumi e cuocerli nelle pignatte poste intorno al fuoco, conservare sott’olio tutto ciò che è commestibile,  impastare sui grandi tavoli di legno la farina per il pane, le friselle (d’orzo e di grano), i taralli e le torte rustiche che, una volta pronti, venivano adagiati su delle assi e portati di corsa da due donne (normalmente vestite quasi sempre di nero perché il lutto  così voleva) , al forno del paese, alcune strade più in là. 

E poi, il rito per definizione: la preparazione della salsa di pomodori.

La cerimonia iniziava  alle 4 e 30 del mattino e vedeva al lavoro un esercito di persone: sì, perché al nostro risveglio, magicamente, tutto doveva essere finito. Infatti le caldaie erano già ad asciugare al sole, centinaia di bottiglie  erano conservate sotto le coperte per un raffreddamento lento e graduale, le scodelle, piene di semente, attendevano l’attacco delle friselle bagnate. Ai 40 gradi esterni se ne aggiungevano altrettanti all’interno della cucina, ma nessuno si lamentava. Si era celebrato un evento troppo importante  grazie al quale per tutto un anno avremmo ritrovato nelle nostre città i sapori della casa di Cursi .  

Ma a proposito delle sorprese che riservava la casa di Cursi, non c’era gioia più grande per noi nipoti di quella di essere presi per mano dalla nonna, incurvata per il peso delle chiavi di ferro di tutte le dimensioni che teneva all’altezza della vita, e andare insieme in una delle tante dispense piccole e grandi (nascoste nei muri profondi della casa) dove venivano conservati dolcetti, biscotti, marmellate, fichi secchi e tanto altro ben di Dio. 

Con un fare di grande complicità, la nonna ti passava qualche ghiottoneria e tu con altrettanta  discrezione, te la andavi a mangiare, cercando di non essere visto. Anche il rito della ricerca nei magazzini attigui alla casa dell’uovo fatto dalla gallina, avveniva con spirito carbonaro. Tutto doveva essere un evento del quale solo tu eri il protagonista!

Nel giardino, che gioia raccogliere pinoli e sgusciare  mandorle. Dalle finestre della casa era un susseguirsi di fotogrammi: le donne che infilavano il tabacco, i traini che andavano in campagna, gli animali che tornavano nelle loro stalle e nei loro ovili. Ci si incantava a osservare i fusti nodosi e tormentati degli alberi di ulivo appoggiati sulla terra rossa. 

Al tempo giusto, con “lu panaru”, via a vendemmiare e, finita la vendemmia, l’esperienza eccezionale di vedere i contadini che, nella masseria di fronte a casa, pigiavano i cesti dell’uva con i piedi. Tutto era bello a Cursi!  Anche il caldo torrido, in quella casa diventava un caldo piacevole. A ripararti di notte dalle fastidiose zanzare ci pensavano le coperture di organza, tenute sù dai baldacchini! E’ una casa che protegge da tutto e da tutti.

Dal primo giorno, fino alla fine della vacanza, la casa  era in festa. Le visite dei parenti e degli amici del paese e dei paesi limitrofi erano una mano santa per noi bambini e ragazzi della terza generazione: arrivavano i dolcetti  degli sposi, gli spumoni e le  mitiche granite. Così pure erano una manna del Signore le feste padronali di Cursi e dei comuni vicini: bancarelle, mandorlati, zucchero a velo, ceci, nocciole, bande, giostre. E poi a mezzanotte, tutti sulla terrazza della casa ad assistere ai fuochi di artificio.

 Nel clima di festa permanente c’erano i concertini che i contadini tenevano per noi sotto le finestre della casa, dal lato della campagna, con fisarmoniche, chitarre e voci tenorili. 

Nelle serate di caldo torrido, per catturare un refolo d’aria , si portavano le seggiole sotto casa, all’angolo delle strade (la nostra era l’ultima costruzione del paese, poi tutta campagna)e le voci migliori della famiglia intonavano le canzoni dell’epoca. Erano espressioni di gioia, di serenità. Era la magia della casa che legava tutto e tutti.

Anche i rosari, ai quali venivamo chiamati all’imbrunire, tutti giorni che Dio comandava, erano un appuntamento, subìto sì, ma alla fine anche gioioso: spesso, ci scappava il dolcetto.Recitavamo i cinque misteri, con tutte le litanie, nella cappella della casa adiacente la nostra, (quella dei nostri bisnonni) e poi tutti nel parco di quella casa a correre e a giocare  tra alberi secolari, carrube, pini magnolie. In quel giardino la nostra fantasia ha potuto davvero sbrigliarsi. 

Cursi: una grande festa che terminava  alla fine di settembre quando ricominciava la scuola. 

Che tristezza lasciare  la casa, la nonna e la zia Giulia che, nonostante il suo grave male, era riuscita a trasfonderci tanta serenità! Che angoscia tornare nei rigori di Torino (questo valeva per me e per le mie sorelle)! 

Fino all’ultimo Cristina, in quella casa che non ha mai lasciato, neppure per un minuto, ha tenuto annodati tutti i fili: figli,nipoti, parenti,  il rispetto di tutte tradizioni religiose e  culinarie, la  campagna, i contadini, le provviste perché d’estate si pensava all’inverno e viceversa. D’altra parte non c’é mai tregua per chi vive in campagna e di campagna vive.

Ma a seguito di una brutta polmonite Cristina lascia i suoi affetti e lo scettro della casa  passa alla figlia  Maria, moglie di Giuseppe. 

Con enormi sacrifici, dovuti anche alla distanza (Maria ha vissuto prima a Trieste , poi a Torino  e solo alla fine a Roma ) e grazie all’aiuto delle donne che avevano sempre lavorato per la  famiglia de Pietro, la casa di Cursi ha potuto mantenere gran parte delle sue caratteristiche.

E’ rimasta fino all’ultimo il luogo di ritrovo della famiglia allargata. Qui si incontrano d’estate i fratelli di Maria con moglie e figli, qui vengono a passare le vacanze le  figlie  e i generi di Maria e Giuseppe. Qui, sin da piccoli, verranno portati i loro amati nipotini (la quarta generazione).

Tutto si svolge come un tempo: gli arrivi e le partenze ( non ci sono più i calessi), il rispetto di alcune tradizioni (molte si perdono per il cambiamento dei tempi) e di alcune consuetudini (una tra tutte la salsa di pomodoro). 

Non si perde la vitalità e la vivacità della casa .C’è una gran voglia di conservarla bene, di seguitare a cucinare  tutti i piatti tradizionali, di far vivere il passato della casa aprendosi anche  alle novità dei tempi. A Cursi arriva l’acquedotto, per cui acqua corrente e bagni nuovi (addio alle menze) . Entrano le cucine a gas (si riduce l’uso del fuoco) e i frigoriferi  sostituiscono le ghiacciaie. Convivono ancora vecchie usanze e nuovi elettrodomestici. Ma la casa non perde il suo fascino.

Grazie alla diffusione delle automobili, nella vita di chi abita la casa di Cursi, arriva la possibilità delle gite al mare. E così Cursi diventa  il paradiso in terra. 

Ci si può godere gli ambienti, sempre freschi e accoglienti,  pieni di segreti e di sorprese, di cose buone da mangiare, di profumi inebrianti (basilico e rosmarino, gelsomino e pini).  Poi si può andare al mare, sdraiarsi sugli arenili  bianchi e selvaggi e tuffarsi nelle acque cristalline. 

Tutte queste emozioni le proveranno  anche i nipoti di Maria e Giuseppe. La quarta generazione si appassiona perdutamente a Cursi . L’estate si passa con i nonni  e si vivono momenti di grande spensieratezza e di svago. Con i cugini che abitano la casa adiacente si forma una tribù gioiosa. Passano gli anni e l’ attaccamento alle proprie radici è sempre più forte. I bambini e i ragazzi della quarta generazione, che abitano nelle città del nord, non finiranno mai di stupirsi tutte le volte che, le donne al servizio della casa e i contadini, si rivolgeranno a loro chiedendo: “signuria, cc’è cummandi?” Vogliono imparare il dialetto e trovano giovani amici che daranno loro lezioni di “cursese”. Quando saranno  più grandi, alla gioia di stare nella casa di Cursi e di godersi il bel mare (quale mare lo decide lo scirocco o la tramontana), si aggiunge per loro il piacere di passare le serate con gli amici (ci saranno anche i primi innamoramenti) nelle varie marine a mangiare gelati, a ballare e a trovarsi alle prime ore dell’alba davanti alla pasticcerie dove si sfornano cornetti caldi.

Giuseppe ci lascia e Maria non molla. La casa di Cursi deve resistere. 

Si mantengono, nel limite del possibile, alcune tradizioni, grazie anche alla presenza di persone che, sia pur parecchio invecchiate, restano affettuosamente legate alla casa e alla famiglia. E, in virtù di queste condizioni favorevoli e alla tenacia di Maria, delle sue figlie e dei suoi generi, anche la quinta generazione entra in contatto con Cursi.

E’ così che anche ai pronipoti di Maria e Giuseppe è concessa la gioia di vivere con grande intensità, purtroppo per un periodo molto breve, la casa di Cursi. 

Alcuni di loro (i più piccini non sono arrivati in tempo),  hanno potuto provare la gioia di abitare un ambiente magico, hanno frugato nelle vecchie cassapanche e nei ripostigli ricavati nei muri, sono saliti e scesi mille volte dalle scale,  hanno schiacciato nel giardino i pinoli con vecchie pietre adagiate lì da decenni, hanno seguito i percorsi delle lumache sul tronco degli alberi,  hanno conosciuto attraverso un  numero incredibile di fotografie i loro antenati, hanno passato momenti gioiosi con i cugini della casa accanto, hanno visto impastare nella grande cucina (la placenta di cinque generazioni) orecchiette e “sagne torte” 

Nelle consuete visite pomeridiane al cimitero (un salotto pieno di bucanville)  il saluto alla tomba di famiglia è stato un modo con il quale si è mantenuto vivo  il ricordo dei genitori, dei  nonni, dei bisnonni e dei  trisavoli, di tutti coloro che si sono succeduti nella casa avita .

Quando è  capitato a noi, discendenti di Salvatore e Cristina, di far vedere “lu palazzu” (così era definito dalle persone del paese) a chi non lo conosceva, è stato sempre prorompente il desiderio di  trasmettere agli ospiti le nostre emozioni, il nostro immenso affetto per quella casa, l’orgoglio per quelle radici. E, magicamente, a tutti quelli che ci hanno voluto bene, la casa di Cursi è rimasta nel cuore.

 

In quegli ambienti, ogni generazione ha cercato di conservare, con pervicacia e nei limiti del possibile, antiche abitudini, oggetti apparentemente non importanti,  piccole e grandi testimonianze dei predecessori. Un modo che ha consentito di tramandare il valore dei legami e degli affetti familiari, dell’operosità e del rispetto di chi lavora, la capacità di reagire alle avversità, la fierezza delle proprie origini. Questi sono stati i principi e i comportamenti che hanno permeato la vita delle persone nella casa di Cursi.
L’augurio è che tanta positività  la casa riesca a trasmetterla a chi  ha la fortuna di andarla ad abitare.

 

Lucia Porzio

Settembre 2011

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